di Pasquale Pugliese
Nei momenti in cui più grave è la crisi e più alti l’emotività e il dolore, è necessario ritornare a uno degli insegnamenti più lucidi di Edgar Morin, scritto in riferimento alla guerra in Ucraina: “E’ una debolezza intellettuale estremamente diffusa pensare che la spiegazione sia una giustificazione”. Insieme alla condanna di tutte le violenza e alla solidarietà con tutte le vittime, è quindi più che mai opportuno iniziare un ragionamento su questa nuova fase della guerra israelo-palestinese riconoscendo che storicamente “c’è un oppresso e c’è un oppressore”: l’oppresso è il popolo palestinese, i cui territori sono occupati illegalmente fin dal lontano 1967; l’oppressore è il governo israeliano, oggi in mano all’estrema destra, che nel solo 2023, prima dell’attacco di Hamas del 7 ottobre, ha ucciso attraverso raid militari e bombardamenti a Gaza, in Cisgiordania e su Jenin, 200 palestinesi, compresi civili e bambini, senza contare le vittime dei coloni israeliani.
Una situazione che più volte Amnesty International ha definito “crudele sistema di apartheid contro i palestinesi”. Dunque l’azione di guerra dell’ala militare di Hamas – organizzazione fondamentalista islamica che governa la disperata striscia di Gaza – che ha preso di mira terroristicamente anche i civili, esito di decenni di odio accumulato contro gli oppressori, si può configurare come contro-violenza, tecnicamente “controffensiva” in una guerra asimmetrica in cui, più che in altre, il terrorismo – cioè il colpire deliberatamente e spietatamente i civili – è da sempre parte integrante delle operazioni belliche da entrambe le parti.
