di Savino Balzano
Vorrei condividere con voi una riflessione e provare a ragionare su un valore del quale in politica, ma non solo in politica (penso al sindacato, ad esempio), spesso si sente parlare: la lealtà. Questa mia riflessione non ha nulla a che vedere evidentemente con fatti e persone specifici, si tratta di un ragionamento generale, e pertanto nessun capo di partito si senta offeso. Sono pensieri stimolati dal dibattito pubblico, dalle accuse che spesso si rivolgono ai politici e alle organizzazioni di non mantenere le promesse fatte in campagna elettorale, per dirne una.
Alle volte in effetti ho pensato che la lealtà sia un valore da legare indissolubilmente alla coerenza: un leader politico afferma di voler fare determinate cose e in qualche modo suggella un patto con il proprio elettorato, con la propria comunità di riferimento, e la lealtà si misura appunto nella sua capacità di restare coerente con quella visione, con le prospettive annunciate, con disegno proposto al Paese.
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Mettiamo però il caso che quel leader politico, che per anni ha professato di voler seguire un certo percorso, di essere animato da taluni valori e di essere portatore di una certa rettitudine, finisca poi col dimostrarsi nel tempo, per così dire, diverso. Ipotizziamo che decida di deviare dal tracciato precedentemente disegnato e di intraprendere strade alternative, ammantate di realpolitik e senso di responsabilità, magari facendo entrare nel partito gente improponibile pur di raggranellare qualche voto, inevitabilmente finendo coll’inficiare, con lo scalfire, quell’aura di infallibilità legata all’autorappresentazione del leader leale al popolo e coerente con le proprie promesse. E questo è un bel problema: non tanto per il capo, che se la canta e se la suona, quanto per quelli che egli ha attorno e che inevitabilmente a un certo punto si renderanno conto che qualcosa non quadra.
