Per me non si tratta solo di un interesse accademico: ho un figlio millennial, i germani dei miei amici appartengono tutti alla Generazione Y, vivo in un’azienda dove l’età media dei mie collaboratori è 28 anni e in tutte le imprese che seguo per la professione la presenza di millennials è mediamente del 70%. Ma non sono il solo. Negli ultimi anni molti si sono concentrati sulle sfide della Generazione Y (o millennials), l’ultima generazione di lavoratori, nati tra il 1981 e il 1996, ad arrivare nei luoghi di lavoro.

Perché ci si è resi conto che quando un’organizzazione dipende così tanto dall’esperienza che il cliente vive con chi lavora a contatto con il pubblico, è impossibile mettere tutte le decisioni rilevanti nelle mani dei capi più anziani. In qualche modo l’organizzazione dovrà essere gestita in modo tale che i dipendenti giovani e a contatto con i clienti siano dedicati alla mission dell’azienda e intelligenti abbastanza da essere considerati degni di fiducia per prendere decisioni e iniziative che vadano nella giusta direzione.

Tradizionalmente, le aziende fanno affidamento sui giovani neo-assunti affinché portino più zelo che competenze. Con i millennials questo cambia. È un contingente certamente più smart: le persone giovani sono oggi capaci di mettere le mani su grandi volumi di informazioni rilevanti, indipendentemente dall’esperienza o dalla posizione. E ciò che più conta, i collaboratori della Gen Y cresciuti con i social media hanno competenze particolari nel mettere assieme delle soluzioni, e inoltre sanno come mettere in movimento i loro network. Nel mondo di oggi, questa abilità nel raccogliere velocemente le informazioni e trarne un senso, e quindi rispondere in tempo reale spesso è più importante dell’esperienza.