La giustizia ancora una volta si ritrova giocoforza a fare da supplente a una politica inerte rispetto alle emergenze del Paese. Mentre il governo ancora attende le proposte del Cnel per contrastare la povertà lavorativa, la Cassazione ha stabilito che i giudici possono disapplicare i contratti collettivi nazionali che prevedano minimi non “proporzionati alla quantità e qualità del lavoro” e “sufficienti ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” come prevede la Costituzione. E possono fissare una soglia che risulti invece adeguata tenendo conto dei contratti collettivi di settori affini e utilizzando parametri statistici come la soglia di povertà calcolata dall’Istat. “Risulta pertanto che nel nostro ordinamento una legge sul “salario legale” non possa realizzarsi attraverso un rinvio in bianco alla contrattazione collettiva“, si legge nella sentenza 27711/23 pubblicata il 2 ottobre.
Salario minimo, perché Meloni si affida al Cnel. Il Consiglio è contrario e la pensa come il governo: “Mette in secondo piano la contrattazione”
La Suprema Corte, accogliendo il ricorso del dipendente di una cooperativa attiva nei servizi fiduciari che lavorava per Carrefour, ha sancito anche che “l’attuazione del precetto del giusto salario costituzionale è divenuta un’operazione che il giudice deve effettuare considerando anche le indicazioni sovranazionali e quelle provenienti dall’Unione Europea e dall’ordinamento internazionale”. In primo luogo la direttiva Ue dello scorso anno che ha l’obiettivo della “convergenza sociale verso l’alto” dei salari per assicurare condizioni di vita dignitose e “convalida in più di una disposizione il riferimento agli indicatori Istat, sia sul costo della vita sia sulla soglia di povertà, oltre che ad altri strumenti di computo ed indicatori nazionali ed internazionali”.
