Giuseppe Spadaro, presidente del tribunale dei minori di Trento, ha criticato le serie televisive a sfondo criminale come ‘Gomorra’ e ‘Suburra’ perché, a suo dire: “Mitizzano i criminali in una fase della vita in cui fanno delle scelte. Fase in cui, lo sappiamo perché lo abbiamo fatto tutti, si è portati a trasgredire”.

Ho trovato le sue parole chirurgiche e coraggiose vista la conoscenza di quel mondo adolescenziale al quale si rivolge. Un uomo di legge dice quello che la psicoanalisi ci mostra, e che io ho tentato in questa rubrica di esaminare diverse volte: queste narrazioni televisive, nate per denunciare e smascherare l’esistenza di un mondo regolato da codici violenti e fuorilegge che si muove dietro le quinte della città, ne sono diventate (involontariamente) una celebrazione che, innestandosi nel percorso di crescita di un adolescente, rischia di trasformarsi in esempio da emulare.

Come ebbi modo di scrivere a proposito di un fatto di cronaca, qualsiasi intento educativo si è diluito nel tempo sino ad evaporare, sopraffatto dal fascino della narrazione criminale, contribuendo a creare un indotto simbolico al quale una generazione, non solo di giovanissimi, ha attinto, mutuandone usi, costumi, gergo, immagini, movenze. Nelle edicole e sui siti di e-commerce è infatti possibile trovare magliette e portachiavi marchiati ‘Gomorra’ assieme ad altri oggetti che ne celebrano il ‘brand’ di successo. Per molti ragazzi queste vicende sono divenute un elemento ispiratore perché esaltano quel senso di illimitato e di trasgressione proprio dell’adolescenza, un senso di onnipotenza che il principio di realtà, costituito dagli insegnamenti familiari e scolastici, cerca di calmierare.