“Ecco il grande compito umanista e storico degli oppressi: liberare se stessi e i loro oppressori”. Così scriveva il grande pedagogista brasiliano Paulo Freire nell’altro millennio col suo noto La pedagogia degli oppressi. Sono parole, concetti, idee, utopie e provocazioni che neppure ci passano più per la mente, tanto sembrano lontane dall’odierno e appiattito pensiero.

Tra i punti positivi di un colpo di Stato atipico come quello di Niamey a fine luglio scorso, c’è proprio questo: il tentativo e l’ambizione di uno smascheramento del sistema che sembrava essersi identificato con la realtà naturale delle cose. Nulla di nuovo sotto il sole perché sembra proprio di ogni regime politico, religioso e sociale, apparire come ‘naturale’ e dunque divinamente installato. L’ideologia che ‘naturalizza’ la politica, l’economia e la religione che offre loro da supporto si presenta come immutabile e ‘garantita’ dalla consuetudine, l’andazzo o semplicemente dalla ‘colonizzazione’ dello sguardo.

Appare come del tutto naturale che ci siano persone nella miseria e altre nella prosperità o opulenza. Così come apparirà del tutto naturale che i figli dei potenti si formino nelle migliori scuole e che siano poi loro a governare i poveri, notoriamente ‘incapaci’ di autogoverno e di democrazia. Il colpo di Stato è là anche per ricordare che in politica non c’è nulla di naturale.