Sono giorni di tensione e confusione politica nell’area del Caucaso compresa fra Azerbaijan e Armenia. Dopo le denunce armene dei giorni scorsi, che tentavano di porre l’attenzione sulla crisi umanitaria che si sta consumando nell’enclave del Nagorno Karabakh, nella giornata del 6 settembre il primo ministro armeno, Nikol Pashinyan, ha clamorosamente annunciato che nei prossimi giorni si terranno in territorio armeno una serie di esercitazioni congiunte con l’esercito statunitense per migliorare la interoperabilità nell’ambito di missioni denominate “Eagle Partner 2023“. Una mossa sorprendente e inaspettata, visto che l’Armenia è tradizionalmente alleata e vicina alla Russia, che tramite il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov si è detta “preoccupata” e ha affermato che questa decisione “non contribuirà a a rafforzare l’atmosfera di fiducia reciproca nella regione”.

Nel paese è ancora stanziato un contingente di truppe russe di peacekeeping per il contenimento del conflitto con l’Azerbaigian per il territorio conteso del Nagorno Karabakh e per la tutela della popolazione civile armena. A ben vedere però, negli ultimi giorni sono stati diversi i segnali che preannunciavano quantomeno una rottura politica e di fiducia fra Erevan e Mosca, accusata dai primi di troppa indifferenza e di non essersi spesa a sufficienza per difendere e stabilizzare la situazione nell’area, dove le tensioni non si sono mai veramente placate dopo gli accordi sul cessate il fuoco del 2020 raggiunti proprio con la mediazione della Russia. Il primo ministro Pashinyan infatti, in un’intervista rilasciata a Repubblica a inizio settembre, ha definito un “errore strategico” la decisione di aver costruito negli anni una dipendenza dalla Russia per la sicurezza, sostenendo poi che la Russia se ne starebbe andando “spontaneamente” dalla regione dopo che i suoi peacekeepers “hanno fallito la loro missione” non essendo stata in grado di garantire “la sicurezza e la libertà di movimento della popolazione locale armena” e perdendo di fatto il controllo del corridoio di Lachin. In tutta risposta, Peskov ha negato le intenzioni attribuite alla Russia da Pashinyan, sostenendo pubblicamente che la Russia è “una parte integrante del Caucaso” e per questo “non può lasciare l’Armenia”.