di Carmelo Sant’Angelo

“Ponte: costruzione che congiunge tra loro due punti fissi sul terreno, divisi da un ostacolo naturale o artificiale”. In Sicilia tale ostacolo si chiama “malamministrazione”. È la giusta nemesi per un’isola condannata, dalla sua posizione geografica, ad essere un ponte tra culture provenienti da tutte le sponde del Mediterraneo.

A scanso d’equivoci, non sto parlando dell’araba fenice, che brucia in volo tra Scilla e Cariddi e rinasce ciclicamente dalle ceneri dei vecchi ruderi della politica. Mi riferisco, invece, a tutti quei ponti siciliani ingiustamente sconosciuti al vasto pubblico. Eppure non sono sogni, ma solide realtà, come recitava un vecchio refrain pubblicitario. Alcuni sono vere e proprie opere d’arte, sospesi nel vuoto, a sugellare il coniugio tra il nulla con l’ignoto.

Salario minimo, clima e no all’autonomia differenziata: a Messina la manifestazione contro il Ponte unisce le istanze del Sud. “Vogliamo acqua e sanità pubblica”

Nell’effimera stagione dell’anticasta, erano definiti monumenti allo spreco del denaro pubblico, opere incompiute, svuotate di significato. Agli occhi dei profani appaiono inutili ed inespressivi. In realtà sono il più evidente anello di congiunzione tra la prima e la seconda repubblica. Progettati alla fine degli anni 70, i lavori vennero avviati alla fine degli anni 80, rimanendo orfani, proprio nell’età dello sviluppo, dei loro munifici genitori, spazzati via dalla rivoluzione (anch’essa incompiuta!) giudiziaria del tribuno molisano. Fulgido esempio è il ponte incompiuto di Siculiana Marina, che fiero si staglia nel cielo azzurro scrutando le spiagge più affascinanti dell’agrigentino.