di Leonardo Botta

Nel mare magnum di frasi fatte seminate in giro, nei giorni della scomparsa di Silvio Berlusconi (gli sia lieve la terra), alcune davvero non si possono sentire. Qualcuno ha parlato (ci vuole davvero una bella faccia tosta) di rivoluzione liberale del cavaliere; uno dei pochi commentatori di area conservatrice che ha mostrato, invece, una lodevole dose di obiettività è stato il giornalista Francesco Borgonovo, che ha attribuito all’ex premier l’affettuoso appellativo di “monarca”. Qualcun altro l’ha definito il “salvatore della patria” contro il pericolo “comunista” (vabbè, stendiamo un velo pietoso).

Ma l’affermazione, a mio modesto parere, più stucchevole di tutte è quella secondo cui il “capolavoro”, nonché lascito ereditario di Berlusconi, siano i fasti dell’attuale governo e di Giorgia Meloni. Niente di più falso, secondo me: l’ascesa della premier si è consumata non “grazie”, ma “nonostante” Silvio. E ciò è avvenuto sin dalla fondazione di Fratelli d’Italia, nato per iniziativa di Meloni, Crosetto e La Russa proprio perché il buon Silvio non si decideva (e mai l’avrebbe fatto) ad aprire il suo partito (era la fase in cui aveva fondato il Popolo delle Libertà dalla fusione di Forza Italia e Alleanza Nazionale) alle nuove risorse (Meloni era certamente tra queste): niente ricambio generazionale, niente discussione interna, niente congressi, insomma niente di niente.