Lunedì il cielo si è chiuso sulla testa di Giuseppe Graviano e chissà che il buio non porti consiglio.

Giuseppe Graviano, boss mafioso condannato in via definitiva come uno dei responsabili di vertice della Cosa Nostra guidata da Riina che seminò morte e terrore per l’Italia fino al 1994, ha giocato in questi ultimi anni una partita ambigua: non ha mai collaborato con lo Stato, preferendo lanciare di tanto in tanto messaggi dallo spiccato sapore ricattatorio. Lo ha fatto soprattutto usando come amplificatore il processo “’ndrangheta stragista” celebrato a Reggio Calabria, che lo ha visto imputato (e condannato all’ergastolo in primo e secondo grado) come mandante degli omicidi dei carabinieri Fava e Garofalo commessi nel Gennaio del 1994, nell’ambito della strategia terroristica, posta in essere d’intesa con la ‘ndrangheta appunto.

Dosando attentamente affermazioni e contro-affermazioni, Giuseppe Graviano ha lasciato intendere di voler richiamare ai patti quegli interlocutori potenti che, fino al momento dell’arresto suo e di suo fratello Filippo a Milano il 27 gennaio 1994, avrebbero beneficiato prima dei soldi della sua famiglia e poi della sua capacità di fuoco, salvo poi dimenticarsene.