Per due motivi non dovrei scrivere queste righe: prima di tutto perché non sono una critica letteraria, secondo perché di Cormac McCarthy, morto all’età di 89 anni, non ho letto tutto, e soprattutto non ho letto l’ultimo libro pubblicato in Italia, Il passeggero (Einaudi 2023).

Ma ci sono anche due motivi che mi spingono a farlo: il primo è che leggendo La trilogia della pianura e La strada ho provato sentimenti talmente intensi (la paura, l’angoscia, la tenerezza, l’ammirazione, la rabbia e il fastidio) da considerarli parte di un’esperienza concreta e non frutto della lettura (finito di leggere La strada, per intenderci, ho stipato in uno sgabuzzino una enorme quantità di acqua minerale e di scatole di fagioli: chi ha letto il romanzo capisce perché, chi non lo ha letto sappia che si tratta del racconto perfetto e glaciale di un mondo in cui la catastrofe ha non solo bruciato tutto, ma reso gli esseri viventi a caccia di cibo e di acqua molto pericolosi. L’uomo e il bambino protagonisti del romanzo si muovono in questo inferno, minaccioso e nero di cenere e fame).

Secondo: tra le pagine di Cormac McCarthy ho provato la vertigine degli spazi sconfinati e la minuziosa claustrofobia di dialoghi fittissimi intorno ai massimi problemi dell’esistenza, la morte, il desiderio, l’amore. Dunque lo considero non solo un bravissimo scrittore (padroneggia la tecnica narrativa con sapienza invisibile) ma un grande scrittore, capace cioè di farsi che dopo la lettura non ci si senta più gli stessi.