Avrebbe dovuto essere un soggiorno breve e misurato. Il tempo per organizzare il servizio di accoglienza per i migranti di passaggio a Niamey, nel Niger. Era questo il motivo per cui ero stato invitato dall’allora vescovo della diocesi omonima dove, al momento dell’arrivo, i migranti erano chiamati ‘esodanti’ oppure più semplicemente ancora ‘avventurieri’. Entrambe queste figure facevano parte del paesaggio culturale dell’Africa Occidentale, una delle regioni tra le più ‘mobili’ del mondo. Il passaggio di frontiere per cercare altrove fortuna e lavoro è parte integrante dell’identità dei popoli del Sahel. Con le scelte geopolitiche dell’Occidente che includevano l’esternalizzazione delle frontiere e accordi bilaterali di riammissione in cambio di aiuti e progetti, la mobilità umana è stata vista con sospetto e infine criminalizzata. Il migrante è un errante.

Giusto il tempo di strutturare il servizio e poi ripartire per un altro Paese con altre sfide da assumere. Gli occhi erano ancora segnati dagli anni passati come ospite nel millenario chiostro delle Vigne, nel cuore del Centro Storico di Genova. La sera con le luci al Porto Antico delle Grandi Navi Veloci e la domenica pomeriggio stupito dai ‘palazzoni’ da crociera a piani che riempivano l’orizzonte del porto dove, all’epoca, partivano i migranti nostrani per le Americhe. Con nella mente i cancelli del carcere di Marassi, i colloqui con i detenuti e le celebrazioni a parte per i ‘ristretti’ e il reparto degli accusati per appartenenza alla mafia. L’accompagnamento di alcune comuntà straniere dell’America Latina, dell’Asia e le sorelle africane che cercavano, in Via della Maddalena e dintorni, ciò che pensavano di avere smarrito in Nigeria.