In politica spesso la nostalgia è segno di decadenza, nell’impossibilità di trovare eccellenze nel presente e speranze nel futuro ci si guarda indietro e si raccolgono gli allori del passato. Benito Mussolini era un mago della nostalgia politica, la usò come leva per far credere ad una nazione senza identità di possederne una. L’Italia era stata creata meno di un secolo prima ricucendo con il ferro e il fuoco brandelli di stati e staterelli, operazione condotta con l’aiuto di mercenari istituzionali, i soldi dei grandi sponsor europei e saccheggiando ampiamente l’ideologia carbonara.
La nostalgia politica permise al Duce di far credere che le origini dell’Italia fascista affondassero nientepopodimeno che nell’Impero Romano, nella grandezza di Roma. Pochissimi si accorsero che invece il paese era stato creato a tavolino dalle grandi potenze europee e dal genio politico del conte di Cavour: le prime rimossero dal Mediterraneo il Regno delle due Sicilie e così facendo aprirono le rotte verso oriente alle loro flotte; il secondo trasformò l’insignificante casa Savoia nella famiglia reale italiana.
Il fascismo nacque e sbocciò nell’illusione nostalgica, crebbe come una malerba su un terreno sociale povero e arido. I Savoia non seppero unificare il paese, al contrario saccheggiarono il sud, abolirono le grandi riforme agrarie e lasciarono che il crimine organizzato riempisse tutti gli spazi sociali, economici e politici da loro svuotati. Ma questa storia non si poteva raccontare, quale popolo avrebbe accettato un leader che lo incitava a guardarsi indietro, a scoprire che da generazioni stava facendo marcia indietro? E così il fascismo inventò la favola del nuovo impero, ma della grande Roma repubblicana non possedeva assolutamente nulla, era un movimento e un partito ottuso, dittatoriale, gestito da uomini corrotti, avidi, violenti e crudeli che terrorizzarono gli italiani e fecero precipitare la nazione nel baratro.
