Il destino porta con sé un antico dubbio che accompagna – come un’ombra – coloro che si chiedono perché viviamo, chi siamo e se abbiamo una rotta da seguire nella vita: “Qualsiasi destino, per quanto lungo e complicato possa essere, vale solo per un singolo momento: quello in cui l’uomo capisce una volta per tutte chi è”. Credo che la frase di Jorge Luis Borges – scrittore, poeta, argentino che amò l’atavico dubbio umano legato all’esistenza del fato – potrebbe riguardare ciascuno di noi e, forse, anche Inácio Lula da Silva, un uomo sorto dalla povertà, passato per innumerevoli traversie e oggi giunto al terzo mandato presidenziale della Repubblica del Brasile.

Il destino, cinque anni fa, diede un tiro mancino al leader venuto dal Nordest brasiliano, che ricorda con tristezza il 7 aprile, oggi, l’amara ricorrenza del giorno in cui fu ingiustamente imprigionato per la seconda volta nella sua singolare vita. Il primo arresto politico avvenne nel 1980, quando l’ex operaio, divenuto un leader sindacale nella regione industriale di São Paulo, fu imprigionato dal Dipartimento dell’ordine politico e sociale, la tenebrosa polizia politica della dittatura militare brasiliana, istituita dopo il colpo di stato del 1964.