di Stefania Rotondo

Nella commedia Donne al Parlamento, Aristofane immagina che un gruppo di donne ateniesi, stanche del governo e travestite da uomini, decidano di infiltrarsi nell’assemblea cittadina al posto dei mariti per far approvare un decreto che attribuisca loro tutti i poteri politici. E ci riescono. Le donne di Atene destituiscono gli uomini da ogni carica e prendono le redini del governo. Esse si dimostreranno all’altezza più dei loro mariti, e ginecocrazia e buon governo si riveleranno la definitiva abdicazione dell’uomo di fronte alla donna, sommergendo nel ridicolo la civiltà che è creazione degli uomini.

L’intento di Aristofane non fu quello di porre l’attenzione verso la partecipazione femminile alla politica (nel sistema di valori dell’autore l’idea di un governo di donne non poteva essere presa sul serio, tanto che il riso negli spettatori viene suscitato proprio per la realtà grottesca e paradossale di un governo di donne), bensì quello di denunciare la crisi della polis.

Donne al Parlamento fu scritta più di 2400 anni fa ed è più moderna che mai perché pone due problemi antichi come il mondo e ancora irrisolti: l’arte del buon governo e di una società che funzioni; il pregiudizio diffuso del politicamente corretto.