Incidenti di percorso, di Paco Inclán (traduzione di Marino Magliani; Arkadia Editore), è uno straordinario esempio di letteratura imprevedibile che, apparentemente, potrebbe essere letto come una semplice raccolta di reportage di viaggio, ma quelli che risultano inediti e affascinanti sono le destinazioni (i margini dell’Europa, dell’America e il Cuore di tenebra della Guinea Equatoriale) e le motivazioni dell’errare (un’intervista, in un bar dei sobborghi di Madrid, al ridicolizzato e dimenticato autore di un inno spagnolo mai adottato; la ricerca, a Braga, del poco famoso braccio destro di San Vincenzo; questioni ideologiche in una contea dell’Irlanda del Nord viste attraverso una partita di calcio gaelico; conciliaboli su Jules Verne tra gli iscritti a una chat di incontri che si palesano a Formentera; un provetto Kurtz autoisolatosi in un villaggio guineano; l’importanza dei rutti nella cultura nordafricana; il bighellonare nei pressi di Vigo alla ricerca del senso della psicogeografia).
L’autore valenciano è votato a essere un fugueur che, rispetto al più compassato flâneur, è un nomade con il gusto dell’imprecazione, un osservatore che individua nella pazzia un corso di sopravvivenza psichico.
