“La vita è un miracolo impenetrabile perché si fa e disfà incessantemente, eppure dura e sta salda, come il ponte sulla Drina”. Sinisa Mihajlovic, o qualche editor per lui, aveva scelto questa citazione dello scrittore belgradese Ivo Andric come esergo della sua autobiografia pubblicata da Solferino. Fa e disfà, scriveva Andric e Mihajlovic aveva fatto e disfatto numerosi letti, numerose maglie, numerose panchine. Non il legame unico con la squadra della città in cui si è nati (Riva, Totti), ma un legame emotivo, affettivo, umano che ogni volta si è rinserrato con Roma, Milano, Torino, Firenze e infine Bologna. Già, Bologna. Miha era arrivato sotto le Due Torri alla fine di un freddo gennaio 2019 per rattoppare la disastrosa annata di Pippo Inzaghi.

“A me piace prendere rischi”, si era subito fatto capire il serbo. Qui, nella città sportiva tutta in punta di piedi, che ama ancora ergersi ad esempio popolare di “sinistra”, dove allo stadio però ci vanno poi quelli un po’ quelli rozzi e volgari, dove gli allenatori dell’undici rossoblù non sono mai stati ingombranti: piccoli masanielli contro le superstar (Ulivieri), superstar presunte con squadre di masanielli (Maifredi), milordini offensivi e permalosi (Guidolin), silenziosi fenomeni cacciati come testimoni di Geova qualunque (Pioli). Sinisa si è infilato in questa teca fragilissima, sempre in bilico tra fede e politica (manco fossimo a Livorno, che poi anche lì…) e ha cominciato a far volare ceffoni. Così chi il calcio, e il Bologna, l’ha vissuto con le viscere e la panza, si è esaltato come nemmeno ai tempi di Bulgarelli e Haller. Chi invece ha sempre pensato che pure sul calcio ci doveva essere un politicamente corretto da far cadere le braccia ha subito visto Mihajlovic come un incontenibile pericolo. Questione di grande carattere e personalità dei singoli, di orgoglio locale, contro gente piccola piccola perduta con anima e cervello nell’oceano globale.