di Mattia Musio
Se la partita a eliminazione diretta di un mondiale è di sicuro il momento di più grande tensione nella vita di uno sportivo, esiste un qualcosa di rivoluzionario, forse quasi di immorale nel vedere Tite, il ct del Brasile, ballare dopo mezz’ora insieme al marcatore che porta i verdeoro avanti di tre reti sulla Corea del Sud. La serietà torna del corso di pochi secondi eppure, per quei pochi attimi, la Seleção non si cura degli avversari, né del codice non scritto sul rispetto dell’avversario, per godersi la gioia per il proprio gol, o meglio, la gioia per la propria superiorità.
Sono proprio queste regole non scritte, cementificate attraverso milioni di partite giocate nel corso di oltre un secolo di storia dello sport, a mostrarci il Brasile come un’idea differente di competizione. Perché questa è: perpetua tendenza al bello, alla finta, al dribbling, al tiro senza stoppare prima la palla. Questo, poi, in un’etica sportiva che pone al centro del discorso un fatto oggettivo che spesso dimentichiamo: il calcio è spettacolo, checché ne dicano molti, e come tale va inteso, giocato, usufruito.
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