Caro Nando ti scrivo, così mi distraggo un po’ e, siccome sei molto lontano, sfrutto la forza del blog. Un privilegio che questo libero giornale mi concede da otto anni, tanto da consentirmi di spendere privatamente il post numero 400. Certo un bel traguardo, anche se la numerazione è un po’ approssimativa, così come quella dei lavori scientifici. La quiescenza — così chiamano la pensione negli atenei — esime dall’aggiornare l’elenco delle pubblicazioni; e tampoco l’Orcid, che non è una orribile creatura mitologica, ma un sistema di controllo della produzione scientifica. Non saprò mai se, avanti che la venustas mi conquisti definitivamente, il curriculum scientifico supererà quota 500 prima del “rincoglionimento”, la tua libera traduzione del latino venustas. Né m’importa, giacché la saggezza della senectute insegna che ben poco di ciò che produciamo sarà accolto come un dono dai posteri e, soprattutto, non sappiamo affatto prevedere che cosa di quanto abbiamo prodotto, eventualmente, lo sarà.

Il tuo post ha sdoganato un nuovo vocabolo: ageismo, neologismo di origine anglosassone che non so classificare. Qualcosa a metà tra la neo-lingua orwelliana e la semantica truffaldina (doublespeak, in inglese) che ha inaugurato il nuovo millennio con peacekeeper war o “missione di pace” per finire a shabby chic (trasandato chic) anziché vecchio e consunto. Le parole non hanno il potere di impressionare la mente senza lo squisito orrore della loro realtà, come scrisse Edgard Allan Poe (Le avventure di Gordon Pym, 1838).