di Paolo Bagnoli

Il governo di Giorgia Meloni, carente di programma e pure di classe politica adeguata non lo è, invece, sul piano delle dimostrazioni tese a testimoniare che alla guida del Paese è arrivata, finalmente, un’Italia diversa da quella che conosciamo. Così, le dichiarazioni dei ministri si sprecano, la presidente del Consiglio che ci sembra più insicura di quanto non voglia apparire – le continue riunioni dei capigruppo della maggioranza lo testimoniano – ribadisce sempre le virtù del governo di destra e adopra spesso la parola “nazione” chiaramente senza sapere cosa significhi. Crediamo perché la ritenga la mamma del nazionalismo che costituisce l’anima del partito di cui è la leader. A Fratelli d’Italia dovrebbe affiancarsi la Lega – visti i trascorsi del salvinismo – la quale, invece, con il regionalismo differenziato, così come è stato concepito, non solo avanza una proposta anticostituzionale, ma evolve il proprio sentire nazionale in sovranismo regionalista.

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Il nazionalismo tradotto in politica gestionale degli immigrati ha portato non solo allo scontro con la Francia, ma ad una marginalità dell’Italia in Europa. Sembra quasi sia stata ricercata considerato l’errore, strategico per un Paese fondatore dell’Europa, di siglare un documento in materia con Cipro, Malta e Grecia che configura una specie di Visegrad mediterranea contrapposto all’ europeismo dei francesi e degli spagnoli. Per inciso aggiungiamo che qualcuno dovrebbe pure dire al ministro Matteo Piantedosi che non è più il capogabinetto di Salvini, bensì il titolare degli Interni.