di Susanna Stacchini

In occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne, oltre alle molte iniziative lodevoli, ci sono ancora salotti in cui la cosa determinante è arricchire di particolari accattivanti, storie drammatiche di donne disperate. E’ vittimizzazione secondaria. La violenza che la donna subisce per una seconda volta, non dal suo persecutore, bensì dalla società in genere, si definisce tale, perché “viene dopo”, non perché non grave.

E’ vittimizzazione secondaria descrivere il delinquente di turno, come uomo tranquillo, tutto lavoro e famiglia, accreditando come ipotesi più plausibile, alla base del comportamento violento il “troppo amore” verso la compagna o ex compagna che sia, e se arriva ad ammazzarla, per il solito assunto tirare in ballo il fatidico “raptus di gelosia”. Come lo è, l’espressione “ma lui è stupido”, oppure “ma lui è matto”, dando così del delinquente al “matto vero” che oltre la malattia, deve sopportare il peso di un accostamento tanto infamante. Oppure ancora, definire litigio o discussione un’aggressione.

“La strage degli innocenti. Figlicidi, numeri, casi: quando a uccidere sono i padri violenti” – l’estratto dal libro “Senza madre”

Fa vittimizzazione secondaria l’azienda che invece di tutelare, colpevolizza la propria dipendente, per aver denunciato le violenze subite in ambiente di lavoro. E’ vittimizzazione secondaria, voltarsi dall’altra parte, fingendo di non vedere e sentire. E’ vittimizzazione secondaria dare la notizia delle donne uccise a Roma definendole prostitute o escort e non donne. E’ vittimizzazione secondaria sbattere la donna in prima pagina, in un articolo di giornale dal taglio pressoché scandalistico.