25 novembre, la violenza che non si vede: quell’insopprimibile istinto di ridimensionare la donna per esercitare un potere che non si ha (più). Ai politici e alle famiglie il compito di istruire l’uomo

“Non ero bellissima, ma stavo bene con me stessa. Fino a quel giorno”. E’ la frase, la prima, che mi arriva addosso appena sveglia, mentre le immagini del video che racconta il dramma di Filomena Lamberti, mi scorrono davanti. Salva per miracolo dopo che l’ex marito le ha versato addosso un’intera bottiglia di acido solforico sorprendendola indifesa, durante il sonno, Filomena racconta il suo dramma in prima persona in un video e sintetizza riportando su di sé un reato che è quello della cancellazione dell’identità. Un capo d’accusa che – rispetto al 2012, anno in cui la vittima fu lei – ci sarebbero voluti anni e altre tragedie per conoscere, riconoscere, punire, additare come odioso. La sua, come quella di molte altre donne sarebbe rimasta per almeno tre anni una tragedia senza eco, senza megafono, senza sfogo se non quello di chi sapeva: allora non esisteva ancora il bombing mediatico e informativo sul tema, la parola femminicidio era di là dal venire, il retropensiero di una violenza tutto sommato privata era ancora strisciante e perverso.