20 Maggio 2025 14:08
Era il 20 maggio 1999, quando il giuslavorista Massimo D’Antona fu ucciso a pochi passi dalla sua abitazione a Roma. A rivendicare l’omicidio furono le Nuove Brigate Rosse
20 maggio 1999. Le lancette dell’orologio avevano da poco segnato le 8.00, quando Massimo D’Antona fu ucciso a pochi passi della sua abitazione in via Salaria a Roma. A fissare al professor l’appuntamento con la morte erano state le Nuove Brigate Rosse, un nome che ricorda il gruppo terroristico responsabile di alcuni dei crimini più drammatici della storia italiana, tra cui il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro.
Stando a quanto ricostruito, ad avvicinare il consulente del Ministro del lavoro Antonio Bassolino erano stati un uomo e una donna. Qualche parola, forse per essere sicuri di non sbagliare bersaglio, poi gli spari. Nove colpi di pistola, una semiautomatica calibro 9×19 senza silenziatore, che andarono tutti a segno. Il killer aveva svuotato il caricatore, ma il colpo di grazia fu quello al cuore. Il professore cade, all’incrocio con via Adda. Un’ora dopo, alle 9.30, è stato dichiarato morto. Aveva 51 anni.
Chi poteva volere la morte del giuslavorista? La rivendicazione






