Uno dei dibattiti che più sta scaldando i commentatori del recente insediamento del governo Meloni è la ridenominazione dei ministeri. In particolare, ciò che – almeno ai miei occhi – è parso degno di discussione è la definizione del ministero affidato a Giuseppe Valditara, laddove sparisce “pubblica” e compare invece “del merito”: Ministero dell’Istruzione e del Merito. Naturalmente questo ha scatenato molteplici reazioni, soprattutto per la novità aggiunta in coda, che tanto richiama l’esecrata meritocrazia. Esecrata a giusta ragione, dal momento che essa è un’ideologia che postula di premiare i “migliori” senza tenere conto delle condizioni di partenza in questa ipotetica competizione, per tacere del fatto che essa implica che le risorse debbano essere distribuite in base a una tale competizione.
La meritocrazia, dunque, diventa in questo modo l’ideologia che serve a giustificare ex post il conseguimento di risorse, posti, posizioni che poco hanno a che fare con il merito, dal momento che considerare gli esiti di una competizione senza considerare i vantaggi competitivi indebiti detenuti dai soggetti è profondamente ingiusto e va a favore dei soliti noti. Potremmo fare, per rendere più chiara la nostra posizione, decine di esempi, a partire dal fatto che taluni competono in posizione di vantaggio perché per esempio provengono da famiglie benestanti che possono garantire una migliore istruzione di base, oppure perché sono dotati di condizioni psico-fisiche ottimali, o ancora perché possono spendere un bagaglio personale o familiare di reseaux e di capitale immateriale (avere una grande biblioteca in casa non è automaticamente un vantaggio indebito, ma può esserlo). Potremmo considerare queste differenze né giuste né ingiuste, ma occorrerebbe poi precisare che è come la politica le tratta la vera questione.
