Sono state in complesso cinque le fasi che hanno caratterizzato l’economia italiana ed esse sono coincise, per molti aspetti, con altrettante stagioni politiche.
Nel corso del suo primo secolo di esistenza l’Italia, dopo essere riuscita a scongiurare la bancarotta finanziaria e ad affrancarsi da una condizione di subalternità ai margini dell’Europa, ha visto, durante il corso liberal-riformista del primo quindicennio del Novecento, il «decollo industriale» del Nord-Ovest e il conseguimento di una robusta stabilità monetaria, andata poi in pezzi per i pesanti oneri della Grande Guerra.
In epoca fascista l’irizzazione, sotto l’egida dello Stato, delle principali banche e di varie imprese valse a salvare il salvabile negli anni della grande crisi del 1929.
Ma le disastrose conseguenze della seconda guerra mondiale, in cui la dittatura mussoliniana aveva precipitato l’Italia, annullò gran parte dei risultati faticosamente conseguiti in passato. Si trattò pertanto di ricostruire dalle macerie un Paese risorto alla democrazia e cooptato, con la regia degli Stati Uniti, nell’ambito del mondo occidentale.
Grazie ai venti favorevoli della cosiddetta Golden Age che spirarono sino ai primi anni Settanta, l’Italia ha conosciuto, con gli intensi sviluppi dell’industrializzazione e del settore terziario, un processo di modernizzazione e la crescita dei ceti medi. E, col passaggio dal centrismo al centro-sinistra, è avvenuta, insieme al consolidamento di un’«economia mista» fra mano pubblica e mano privata, l’immigrazione dalle campagne più povere di milioni di persone verso le principali aree urbane e industriali.
