A leggere il tweet di qualche giorno fa del teologo Vito Mancuso viene in mente il celebre monito del regius professor dell’università di Oxford, il marchigiano Alberico Gentili: silete theologi in munere alieno. Gentili lo vergò alla fine del XVI secolo, quando si trovò a battibeccare con i teologi su questioni giuridiche. Ora Mancuso scrive: “Io non mi intendo di politica e posso sbagliare. Ma sento che il nostro paese avrebbe tutto da guadagnare da avere Draghi al governo per i prossimi anni e così mi chiedo se questo meccanismo elettorale parlamentare democratico non sia diventato un laccio che strozza la vita reale”.

Io non mi intendo di politica e posso sbagliare. Ma sento che il nostro paese avrebbe tutto da guadagnare da avere Draghi al governo per i prossimi anni e cosi mi chiedo se questo meccanismo elettorale parlamentare democratico non sia diventato un laccio che strozza la vita reale

— Vito Mancuso (@VitoMancuso) August 25, 2022

Avendo suscitato qualche critica, Mancuso è tornato sui suoi passi sostenendo che avrebbe in realtà voluto riferirsi alla differenza tra democrazia e oclocrazia, ovvero il governo delle masse, una forma degenerata di democrazia. Vorrei dire qui che non intendo discutere le convinzioni democratiche di Mancuso. Ciò che mi interessa sono i processi, di cui Mancuso, come tutti noi, è parte, non le opinioni personali di un singolo, al quale non vorrei attribuire più di quanto traspaia da un tweet che magari è solo un infortunio. È che con quell’uscita Mancuso, magari suo malgrado, ha incarnato un paradigma: la diffidenza epistocratica dei sapienti (o dei sedicenti tali) per la massa incolta. Vecchia storia: le masse non sono mai considerate in grado di ragionare, hanno sempre bisogno che qualcuno le rappresenti. Come diceva Marx spregiativamente dei contadini che avevano portato al potere Luigi Bonaparte, essi non possono rappresentarsi, devono essere rappresentati perché sono un sacco di patate, non una classe.