In una California rurale, O.J. ed Emerald Haywood (Daniel Kaluuya e Keke Palmer) sono gli eredi di un’antica dinastia di addestratori di cavalli per il cinema. La misteriosa morte del padre e l’evoluzione tecnologica dell’industria cinematografica hanno messo in ginocchio l’impresa di famiglia, tanto che i due sono costretti a vendere parte del loro allevamento a Ricky “Jupiter” Park (Steven Yeun), un ex bambino prodigio della televisione che ha aperto un parco divertimenti non lontano dal loro ranch. Un giorno però i cavalli iniziano a sparire, risucchiati in cielo da quello che si direbbe essere un Ufo.
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Emerald convince quindi il fratello a riprendere una scena di rapimento per mandarla a Oprah e risolvere i loro problemi economici, e per meglio riuscirci coinvolgerà anche Angel Torres (Brandon Perea), un installatore di telecamere di sicurezza appassionato di teorie del complotto, e Antlers Holst (Michael Wincott), un cineasta duro e puro à la Herzog, alla ricerca della ripresa perfetta. Dopo ‘Get Out’ (2017) e ‘Us’ (2019), Jordan Peele dirige un altro horror d’autore, ancora più ambizioso delle opere precedenti per risorse impiegate. Se nella prima pellicola lo sguardo del regista si era poggiato sulle idiosincrasie razziste dei bianchi americani, e nella seconda sulle mostruosità che il consumismo genera nel modello familiare occidentale, in questa terza prova l’impianto metaforico e critico è incentrato sugli orrori della spettacolarizzazione mediatica a tutti i costi, di cui si rende protagonista lo show business nell’era della rivoluzione iper-tecnologica.
