All’indomani della caduta di Draghi parlava di “mare aperto“, un’area destinata a prendere il posto del tramontato “campo largo”, in cui accogliere “gli italiani che scelgono la serietà”. Tradotto, fuori il Movimento 5 stelle – reo di non aver votato la fiducia al governo – e dentro tutti gli altri, ma proprio tutti: da Carlo Calenda (“ha svolto un lavoro interessante”) a Roberto Speranza (“spero possa candidarsi nel Pd”), da Luigi Di Maio (“dialogo già aperto”) a Matteo Renzi (“nessun veto”), fino alle ministre Carfagna e Gelmini passate da Forza Italia ad Azione (“hanno dimostrato grande coraggio”). Coinvolgendo, in un ardito tetris, pure la sinistra rossoverde di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. Dieci giorni dopo, però, il piano di Enrico Letta rischia di impantanarsi, lasciando il segretario dem con il proverbiale cerino in mano. A pesare soprattutto i continui aut aut di Calenda, che fin da subito ha preteso di dettare le sue regole: no a Di Maio, no agli ex grillini, no a Sinistra italiana e ai Verdi, no a Letta (e sì a Draghi) come futuro premier. Ma a mettere, seppur involontariamente, la parola fine sul progetto di alleanza potrebbe essere stato lo stesso leader Pd, confermando – a precisa domanda del Tg2 – la proposta di una dote per i 18enni finanziata con l’aumento della tassa di successione sui patrimoni multimilionari. Un’idea che è fumo negli occhi per centristi e libdem.
I veti di Calenda, le tattiche di Renzi, il disagio della sinistra e ora il "casus belli" sulle tasse: così il Pd di Enrico Letta rischia di restare solo - Il Fatto Quotidiano
Il segretario dem sognava un nuovo "campo largo" in cui far entrare tutti, da Brunetta a Fratoianni. Ma ora il progetto rischia di impantanarsi
1,043 words~5 min read
