C’è qualcosa di paradossale nella questione del «centro» di cui tanto si parla in Italia, e da molto prima della caduta del governo Draghi. Il paradosso consiste nel fatto che si tratta di una questione importante da un certo punto di vista e irrilevante da un altro. È importante se ci si riferisce al funzionamento della democrazia. È irrilevante se si considerano invece le scelte che devono fare i politici nonché i singoli elettori.

Se osserviamo il funzionamento delle democrazie possiamo constatare che la presenza di un centro serve a dare loro stabilità, a tenere a freno i bollenti spiriti degli estremisti (di sinistra e di destra). Il centro può essere occupato da un partito. Oppure può essere l’area elettorale verso cui le coalizioni di partito devono convergere se vogliono vincere le elezioni. In entrambi i casi il centro è il luogo della moderazione e del pragmatismo. Più è forte (più ampia è la parte di elettorato che si trova lì) e meno capacità hanno le estreme di condizionare il gioco politico. Quando il centro si svuota, perché il grosso degli elettori fugge verso le estreme, la democrazia è a rischio. Dall’Italia prima del fascismo a Weimar, al Cile di Allende, è lungo l’elenco dei casi in cui lo svuotamento del centro ha decretato la morte della democrazia. La polarizzazione in atto da tempo nella democrazia americana è precisamente ciò che rende gli osservatori preoccupati per il suo futuro.