di Angela Viola
Il problema dell’inadeguatezza del Migliore (Mario Draghi) è un problema assai dibattuto nella letteratura manageriale: un problema culturale. Draghi, come si definito lui stesso nell’ultima seduta a cui ha partecipato alla Camera dei Deputati, è un “banchiere centrale”.
Primo problema culturale: il concetto di leadership. Nei suoi ultimi anni, prima come Governatore della Banca d’Italia e poi come presidente della Banca centrale europea, è stato un autocrate, un uomo al vertice dell’organizzazione in cui lavorava con un potere interno assoluto, dove i suoi desiderata erano automaticamente degli ordini a cui si poteva solo obbedire. I sottoposti dipendevano nella loro funzione e nel loro benessere da un solo potere assoluto: se non obbedivano adeguatamente le conseguenze sarebbero state rapide, dirette e concrete. Questa è la sua cultura organizzativa. Lui decide, lui ordina e non si discute, si obbedisce.
In molte organizzazioni questo potere assoluto è stato addolcito, di certo non nel settore bancario. Ma in politica, il campo dove opera un presidente del Consiglio, un autocrate richiede una governance basata sull’autocrazia. Il problema è che in Italia siamo in una democrazia, neanche presidenziale ma parlamentare. Ed è la democrazia parlamentare che definisce le regole del gioco che si basano sulla tutela delle minoranze e la legittima ricchezza della diversità delle opinioni.
