di Andrea Taffi

Luigi Di Maio, dopo aver cacciato tanti suoi ex colleghi, adesso caccia se stesso dal Movimento 5 Stelle; se ne va, non è più “grillino”, quanto meno ufficialmente, perché di fatto non lo era da tempo, almeno dall’insediamento dell’irrinunciabile governo Draghi, da lui tanto voluto. Si porta con sé, Di Maio, i fedelissimi e conta (o spera) di crearsi una sorta di eredità politica per un futuro almeno da 2%. Per l’immediato (un passo alla volta, per carità) fa evaporare del tutto lo spettro grillino e grillesco del divieto del doppio mandato e (ora che si è abituato ai palazzi che contano e crede di sapere come si fa a fare il politico) si convince di poter continuare a fare politica, e chissà, magari anche il ministro di un futuro governo, Meloni e Salvini permettendolo.

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Finalmente Di Maio può gridare al mondo intero di essere atlantista, europeista e non putiniano. Lo capisco, è stata davvero dura: tutti questi anni coi 5stelle (dei quali è stato anche capo politico con relativo e sistematico crollo dei consensi) nei quali è stato costretto a mettersi d’accordo con Salvini; a chiamare lo sconosciuto Conte alla presidenza del Consiglio; a mettersi a girare, tutto contento, tra le varie stanze di vari ministeri che ha ricoperto, senza gran costrutto per la verità, ma dai, solo perché incapace di trovare lì la sua vera vocazione. Costretto poi (udite udite) a dire (in diretta da balcone) di avere abolito la povertà. Peccato, era lui il bravo ragazzo del Movimento 5 stelle: giovane, elegante, educato, con quella bella e leggera influenza campana; la pecora bianca del gregge di Grillo, amico ma non troppo di Di Battista, la pecora nera quest’ultimo, il Che Guevara dei poveri, che invece di fare la “revolusion” (politica, ovvio) in Italia ha preferito fare i reportage in America Latina.