Ai tempi della mia giovinezza, bazzicando il palazzone nero di Confindustria all’Eur, mi imbattevo sistematicamente nella tipologia umana del medio imprenditore con un bel po’ di grana appresso; arrivato nella capitale dal Basso Piemonte o dalla Padania profonda, pronto a essere intercettato da damazze di princisbecco, che si spacciavano per gentildonne a 24 carati, e sedicenti brasseurs d’affaires, venditori di fumo gabellato per business mirabolanti. Di fatto, un’associazione a delinquere dedicata all’alleggerimento professionale e sistematico del solito malcapitato naif, convinto di aver avuto accesso a quello che riteneva essere il gran mondo.
Rapidamente destinato a ritornare all’ovile spennato a dovere.
A Roma, a fronte di questi comitati d’accoglienza per ingenui padroncini, operavano e operano (altrettanto interessati) intermediari strategici accreditati per visite guidate nei meandri del potere capitolino. Sempre esibendo le stesse strutture acchiappacitrulli: terrazze con vista su piazza di Spagna o ville sulla Cassia, più un parterre di presunti potenti a cui richiedere favori (in questa genia di millantatori, il più spregiudicato fra tutti – il venerabile Licio Gelli – utilizzava il telefono e le formidabili doti da imitatore di Alighiero Noschese, per dare l’impressione al suo interlocutore di essere stato messo in contatto audio con il personaggio Top/Vip a cui puntava). Ma mentre i tour degli industrialotti si riducevano in prevalenza a rapidi “metti e leva”, accudire e addomesticare rappresentanti del popolo provenienti da natii borghi selvaggi continua a essere un impegno di lunga durata. Una missione che viene da lontano: ricreare in ambiente capitolino quegli ozi di Capua che in altri tempi ammorbidirono il feroce guerriero Annibale, rendendolo omologato e inoffensivo come un Luigi Di Maio qualunque. Appunto.
