Il 12 giugno si è votato per cinque referendum. Un vero disastro per i promotori, posto che l’affluenza alle urne ha registrato un modestissimo 21%, facendo clamorosamente mancare il “quorum” che la Costituzione stabilisce per la validità della consultazione. Come si spiega una debacle così eclatante? Ecco alcune possibili risposte.
1. Alla giustizia servono (come l’ossigeno a un moribondo) processi brevi con costi sostenibili, ma i quesiti referendari in pratica non parlavano affatto di questo. La pomposa e autoreferenziale definizione dei promotori dei referendum (“per una giustizia giusta”) a molti deve essere sembrata quanto meno fuorviante.
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2. L’iniziativa referendaria nasce dall’alleanza fra radicali e leghisti: ora, le battaglie dei primi sono quelle ipergarantiste di “Nessuno tocchi Caino”, dell’antiproibizionismo, della difesa dei diritti Lgbt, del sostegno all’eutanasia. Un mondo stellarmente lontano da quello dei leghisti medi “duri e puri”: fautori, per dirne una, della difesa sempre e comunque legittima. Inevitabile che una parte dei potenziali votanti abbia visto in questa ibrida alleanza qualcosa di strumentale, piegato cioè ad interessi “partitici” più che di giustizia.
