di Stefano Briganti
Sono passati circa due mesi da quando è iniziata la gragnuola di sanzioni occidentali alla Russia. Questa grandinata di oltre 6000 sanzioni, si è quasi esaurita e siamo allo “zoccolo duro” degli embarghi al petrolio e al gas russo. Era noto a tutti in Europa che superare questa linea è estremamente costoso. Probabilmente è anche noto a chi “governa il mondo” che lo strumento delle sanzioni ha dimostrato avere una bassissima percentuale di successo nel raggiungere gli obiettivi attesi. Basta andare a leggere, ad esempio, lo studio sulle sanzioni degli ultimi settanta anni, realizzato dall’Australian Strategic Policy Institute di Sidney.
Vale la pena ricordare gli obiettivi dichiarati delle sanzioni: “strangolare la Russia economicamente in modo da bloccare la sua macchina da guerra”, “isolare la Russia dai mercati economici e dal mondo”, “mandare la Russia in default in modo che nessun investitore si sognerà più di investire in Russia, impoverendo tutta la popolazione che a quel punto destituirà Putin”. Sono stati raggiunti? Finora sembrerebbe di no, infatti tre giorni fa The Economist ci informa che la “L’economia russa è ancora in piedi” (The Russia’s economy is back on its feet). Questo sebbene le previsioni FMI diano un crollo di 12 punti di crescita del GDP russo nel 2022.
