Ci sono due modi di celebrare il 25 aprile quale data della Liberazione dal nazifascismo. Il primo, quello più tristemente diffuso (e ormai fiacco), consiste nella retorica di appellarsi a un antifascismo di maniera, quindi soltanto ideologico e formale (bandiere, manifestazioni, parate etc.).
Sarebbe ora di affermare il secondo, più sostanziale e spendibile anche nel presente. Questo secondo modo considera il nazifascismo non come un fenomeno magico, improvvisamente apparso da una scena altra rispetto a quella umana e infine dissoltosi definitivamente nel 1945. Per cui è sacrosanto ricordare e celebrare l’antifascismo riferito al ventennio di Hitler, Mussolini e altri, ma occorre considerare che il nazifascismo della prima metà del Novecento è stato il culmine di tendenze sempre presenti nel mondo umano, prima di quel periodo e – per quello che ci riguarda – anche dopo.
Uscire dalla retorica e considerare la sostanza significa ricordare che il nazifascismo si è fondato su tre pilastri portanti: la gerarchia fra gli uomini (dominio e sfruttamento di razze e ceti superiori su quelli inferiori); la soppressione della democrazia politica e della libertà individuale; una capillare campagna di comunicazione volta a celebrare il regime e ad affermare come “nemici oggettivi” (quindi da incarcerare o eliminare) tutti coloro che non aderiscono integralmente ai suoi dogmi.
