Posso dire che odio, letteralmente odio, le parole “sostenibile”, “resiliente”, e quante altre lo sviluppo si sia appiccicato addosso pur di giustificare un trend di crescita, di espansione che ha le medesime, identiche caratteristiche di quello che abbiamo sempre conosciuto nella nostra vita?
L’ultimo esempio – forse più clamoroso di altri, se non altro per il proprio gigantismo – è il Pnrr, ossia il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, figlio di quel Fondo per la ripresa europeo, che assegna all’Italia 191,5 miliardi (70 in sovvenzioni a fondo perduto e 121 in prestiti). Fondo che afferma che: “La transizione verde dovrebbe essere sostenuta da riforme e investimenti in tecnologie e capacità verdi, tra cui la biodiversità, l’efficienza energetica, la ristrutturazione degli edifici e l’economia circolare, contribuendo al tempo stesso al raggiungimento degli obiettivi climatici dell’Unione, promuovendo la crescita sostenibile, creando posti di lavoro e preservando la sicurezza energetica”.
“Troppi costi, rescindete i contratti” Costruttori in crisi: il Pnrr va riscritto
Vediamo solo alcuni esempi di come il nostro governo intende interpretare, tradurre in pratica questa transizione. Ripeto, sono solo alcuni esempi che conosco, chissà quanto mi sfugge. Cominciamo con l’Alta Velocità ferroviaria, che viene spacciata per sostenibile solo perché in teoria convincerebbe la gente a non usare l’automobile. Nelle analisi costi-benefici effettuate dalla stesse Ferrovie (!) nessun accenno all’impatto sul territorio e l’ambiente che le nuove linee causeranno. Al riguardo si legga l’articolo di Dario Balotta del 3 aprile scorso su queste pagine.
