«Oggi è il mio compleanno». Viktoria sorride anche se le viene da piangere. «Nei giorni scorsi mi sono chiesta: qual è il miglior regalo per i miei 32 anni? La risposta è qui, adesso. Tornare nella mia Ucraina: questo è il regalo più bello». Minuta, stretta in un piumino grigio e con tre grosse valigie e un borsone al seguito, questa donna — che di cognome fa Popovych — passa il confine e si guarda attorno come se fosse incantata da chissà quale panorama. Ci sono soltanto cancellate, filo spinato e tendoni dell’Unhcr ma fa niente. Per lei tutto questo sa di casa «e io ho bisogno di casa mia». Viktoria è fra i rifugiati di ritorno; gente che è stata fuori dall’Ucraina per due-tre settimane, un mese, e che adesso rientra in città liberate oppure torna perché semplicemente non ce la fa più a vivere da profuga in un Paese straniero. Lei, per esempio. Era via da un mese, aveva una sistemazione di fortuna in un rifugio di Lubin, in Polonia, con altri 50 profughi fra i quali sua madre e suo figlio. Loro sono rimasti lì, lei è tornata da suo padre e da Kuzi, il suo cane, che vivono nella regione di Lviv, Leopoli. «Dalle mie parti non sono mai arrivati i bombardamenti ma se hai un figlio è difficile controllare la paura e poi, con l’ondata di sfollati arrivati da Est le case di tutti noi sono diventate rifugi per loro e io, che facevo le pulizie, ho perso il lavoro. Così sono andata via. Ma non ce la faccio. La mia vita è qui».
Il controesodo dei rifugiati: «La nostra vita è qui in Ucraina»
Il governo: «In 620 mila sono rientrati dall’Europa»
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