Un vero liberale al servizio della cosa pubblica: Raffaele Costa, esempio dell’operosità piemontese contro i privilegi della casta e l’inefficienza dello Stato Sarebbe riduttivo dire che con Raffaele Costa se ne va uno degli ultimi liberali del nostro Paese. Nella politica italiana, infatti, di donne e uomini di cultura liberale non ce ne sono mai stati tantissimi e il liberalismo è sempre stato politicamente minoritario. Il pensiero e l’azione politica di Raffaele Costa, invece, sono stati tutt’altro che minoritari, sono andati ben al di là del ristretto recinto liberale, prima quello del PLI e poi quello dei liberali di Forza Italia. Liberale per nascita, ancor prima che per scelta – la sua circoscrizione elettorale era quella che fu prima di Giovanni Giolitti – Costa aveva un’attenzione quasi maniacale per l’efficienza dello Stato e della Pubblica amministrazione in tempi in cui lo Stato e le Pubbliche amministrazioni, bacini inesauribili di posti di lavoro e di voti, erano la soluzione ai problemi dei partiti e non la soluzione ai problemi dei cittadini. Costa fu anticipatore nel modo in cui seppe intuire prima di tutti ciò che oggi ci appare scontato pretendere in una società moderna: una burocrazia che funzioni, che sia efficiente, senza sprechi, che non produca carte ma risultati, che premi chi merita e punisca il “fannullone” assenteista, quel “dottore” che, quando lo cerchi in ufficio, è sempre fuori stanza. Insomma, già nel secolo scorso, quando l’anno 2000 doveva ancora arrivare, e “Il Duemila” era soltanto il nome della sua amata rivista, conduceva battaglie in cui tutti oggi si riconoscerebbero: dal taglio delle liste d’attesa negli ospedali alla cancellazione dei privilegi, molto prima che si parlasse, e si scrivesse, della casta. Quelli di Costa erano i tempi in cui gli eletti non erano paracadutati dall’alto, ma dovevano provvedere a cercarsi le preferenze dal basso e lui ne ha sempre avute tantissime, in qualunque competizione elettorale si presentasse, dal comune al Parlamento europeo. Un radicamento così forte a livello territoriale da far dire al suo amico Alfredo Biondi, altro grande liberale, che Costa non aveva una visione politica, ma una “Mondovisione”, dal momento che la sua attenzione era incentrata fortemente sul suo territorio, il suo “feudo” elettorale: Mondovì, appunto. Una manciata di voti, però, gli mancò quando nel 1997 si candidò alla guida della città Torino e perse per appena lo 0,8 per cento di scarto, forse l’unico rammarico della sua lunghissima e prestigiosissima carriera politica. Si ricordano i suoi blitz negli ospedali, quando era ministro della Sanità, l’attenzione alla sicurezza stradale, e gli appuntamenti ad orari improbabili che dava ai suoi collaboratori a Palazzo Marini, dove all’epoca erano ubicati gli uffici dei deputati. Chiamava e faceva chiamare tutti i ministeri per capire se il personale stesse al lavoro, ma, alle 7 del mattino, se rispondeva qualcuno era soltanto il guardiano di notte. Lui, che era della provincia di Cuneo, si stupiva, mentre i suoi collaboratori, che erano della provincia di Roma, si stupivano del suo stupore. L’operosità concreta piemontese che sfidava l’indolenza della capitale. Per le sue qualità intellettuali, la sua lunghissima esperienza di parlamentare, sottosegretario e ministro, Costa, ultimo segretario del PLI, quando entrò in Forza Italia avrebbe potuto ricoprire qualsiasi ruolo all’interno del partito, ma volle quello del difensore civico, perché quella era la sua vocazione politica: tutelare i diritti e gli interessi dei cittadini.