Le cose cambiano, le cose passano. Basta bighellonare per i canali tv d’inizio stagione per capirlo. Ci imbattiamo nella puntata inaugurale di “X-Factor”, che un tempo ci parve un esperimento interessante e più tardi uno show robusto, ma invece la serata si rivela un supplizio. Del resto è con una certa ritrosia che approcciamo la nuova edizione del programma che fu una novità in un mondo musicale che si stava ridisegnando alle fondamenta, ma che adesso, 20 anni dopo, come suggeriva Dumas, si presenta subito come un concetto usurato. Perché ormai è chiaro che l’idea dei talent e della tv-laboratorio di formazione sia definitivamente tramontata e arranchi con fatica rispetto alla dominanza dei social – che, peraltro, nel frattempo anch’essa ha stufato quasi tutti. Dunque ci aspetta un’esplorazione nella preistoria tv, mentre cerchiamo di ricostruire dove siano finiti tutti quei talenti che di edizione in edizione del programma c’era sembrato d’intravedere. In schiacciante maggioranza giacciono nel dimenticatoio, con pochissime eccezioni e qualche contraddizione, ma con la dominante sensazione che infine siano stati un po’ tutti solo degli onesti figuranti di uno show a lungo ben lubrificato, fin quando il gioco e la sua ripetizione sono saltati all’occhio. Intanto con il faticato entusiasmo di facciata si riparte, con Giorgia dall’aria così stanca e poco convinta a fare la dignitosa presentatrice e un tavolo dei giudici davanti al quale è difficile strapparsi in capelli: Paola Iezzi, Jake La Furia, Francesco Gabbani e Irama, che sostituisce la star dell’ultima edizione, Achille Lauro, saggiamente dissoltosi.E proprio per la combriccola giudicante una buona dose di coaching sarebbe stata utile: che siano lì solo per i soldi e un pizzico di famosità è scontato, ma degli atteggiamenti meno apatici dovrebbero essere per contratto (e in caso di necessità anche un copione decente). Invece da subito il quartetto s’iscrive a una banale interpretazione del ruolo: o s’atteggiano a estasiati pigmalioni del concorrente che li ha appena commossi (si piange a manetta nel nuovo “X-Factor”), oppure vestono i panni dei fustigatori sfottenti, che spediscono al mittente i poco dotati, tra una battuta da avanspettacolo di Gabbani e un birignao della Iezzi. A questo punto è ovvio che la salvezza della baracca sta tutta nelle mani dei concorrenti, le ragazze soprattutto, se volete un pronostico. Ma intanto la pioggia di spot nelle quali sono immerse le audition preliminari, danno il tempo allo spettatore di chiedersi: cosa diavolo sto guardando? Un progetto che si è distorto, ovvero una rassegna di tremebondi sconosciuti, giudicati da un tavolo di tipi poco carismatici che se la tirano? Per procedere servono motivazioni, la migliore delle quali resta sempre quella trasversale: lo spettacolo emotivo delle aspettative di una galleria di ragazzi, spinti da un’ambizione ingenua ma seria. Non è poco, la parata dei sognatori, no? Di sicuro più avvincente dei commenti dei giudici, che dovrebbero ricordare che il carisma viene prima dell’ironia – e che qua se ne vede pochissimo.In ogni modo dai primi ascolti la sensazione è che la media dei partecipanti contenga tante aspettative ma poche sorprese, parecchi hanno voce, pochi hanno idee, timidezza, riserbo e scarsa audacia sembrano il leit motiv. Probabile che si sia ormai diffuso un canone di partecipazione al talent improntato alla saggezza, a base di modestia, esibizione di sentimenti fragili e di repertori musicali poco ambiziosi, con una strategia che ricorda quella con cui si esce indenni dall’esame di maturità. Si susseguono modelli prefissati, sovente salutati da effimere, esagerate standing ovation. Fin quando si presenta un poppettaro romano chiamato Harrison e ci risveglia dal torpore, sembrando proprietario di un’intuizione insolita (scrivere pezzi insieme al suo prof di filosofia), peccato che l’algido quartetto dei giurati lo derida e lo rispedisca a casa. Miglior sorte per fortuna tocca a un certo Danny, cantautore classico che ci fa pensare a Zerocalcare e che in fondo sarà la cosa migliore della serata.Poi c’è il solito capitolo degli “strani”, quelli che sperano di far colpo con la bizzarria esteriore, vengono presto bastonati e non c’è da dispiacersene, lasciando il palco alla schiera di quelli del karaoke, che rifanno uguali pezzi famosi e non si capisce il perché (è il sintomo che in giro si stia prosciugando il talento, che si sia raschiato il fondo, o che chi ha un progetto sano cominci a girare alla larga da qui?). “Siamo cresciuti guardando X-Factor” dicono presentandosi quattro simpatici cloni degli Arctic Monkeys. La frase ci ricorda che anche noi siamo cresciuti guardando Sanremo, poi a un certo punto non ci abbiamo più creduto, vedendo che il mondo là fuori non gli somigliava per niente. Perdendoci nei ragionamenti però rischiamo di lisciare Paola Iezzi che sta insistendo a giocare sull’elegante doppio senso che il piacente Irama avrebbe due uccelli (“vieni a casa mia che ti mostro i miei uccelli”, fa quello) e allora ci viene in mente che, a dispetto dei riscontri anagrafici, in “X-Factor” a questo punto non si sente più il sapore della giovinezza. E questo è un peccato mortale.
X-Factor, da esperimento interessante, s’è fatto vecchio. La serata inaugurale è un supplizio
Il programma fu una novità in un mondo musicale che si stava ridisegnando alle fondamenta, ma adesso, vent'anni dopo, come suggeriva Dumas, si presenta subito come un concetto usurato. E' chiaro che l’idea dei talent e della tv-laboratorio di formazione sia definitivamente tramontata e arranchi con fatica rispetto alla dominanza dei social













