«Sono sfortunatamente un paziente oncologico dal 2022». Si presenta così, in barba alla privacy, Guido Frisiani, genovese di nascita ma milanese di adozione, ingegnere elettronico che da oltre 30 anni si occupa di strategie e tecnologia e divide il suo tempo tra Lombardia e Liguria. È lui il presidente della FICO, Fondazione Italiana Chirurgia Oncologica nata a marzo scorso. È lui che, da paziente, ha voluto, dar vita a una sorta di movimento rivoluzionario per dar voce a chi non ce l’ha e a chi non riesce a farsi sentire abbastanza. Chi sta male, dunque, chi ha bisogno di aiuto e chi, come la chirurgia oncologica, riceve pochi finanziamenti per la ricerca.
Ingegnere, questo sì che è un progettone. Deve aver ascoltato i problemi di tanti pazienti come lei per arrivare a questa decisione, vero? «Quando mi sono trovato in quelle condizioni ascoltare e capire ciò che avevo intorno è stato spontaneo e importante. Non potevo certo chiudere occhi e orecchie e pensare solo a me. Che sono stato un privilegiato».Ci aiuti a capire... «I miei contatti mi hanno permesso di arrivare in tempi brevi nel posto giusto e, soprattutto, nelle mani giuste del chirurgo agli Spedali Civili di Brescia. Parlo delle mani del professor Guido Alberto Massimo Tiberio, ora Direttore del Comitato Scientifico di FICO, Ordinario di Chirurgia Generale Generale e del professor Alfredo Berruti, Direttore dell’Oncologia Medica e tra I massimi esperti al mondo delle neoplasie del surrene, anche lui oggi membro del Comitato Scientifico di FICO. Fatta la diagnosi, un tumore raro, sono stato indirizzato dove mi hanno operato e seguito come si doveva. Ma quanti hanno la mia stessa fortuna?».Quindi la Fondazione, tra i suoi obiettivi, ha anche quello di diventare un sostegno per orientare il paziente oncologico? «Ci stiamo lavorando. Una delle idee è proprio questa, ho sentito che per molti è stata lunga la strada prima di arrivare, come abbiamo detto, “nel posto giusto”».Lei, da paziente, è riuscito anche ad ascoltare la voce dei chirurghi oncologici. Ha studiato i bilanci della ricerca e si è reso conto che a questa branca della Medicina arriva molto poco. Da qui, l’idea di dare una spinta perché cambino i finanziamenti? «La chirurgia oncologica è una Cenerentola. Il nostro sistema conosce con precisione millimetrica quanto spende in farmaci oncologici: quasi cinque miliardi l'anno, tracciati molecola per molecola. La chirurgia, invece, resta nell'ombra. E il conto di quanto ci costa tenerla frammentata e disorganizzata, secondo stime prudenti, è nell'ordine del miliardo di euro l'anno».Da una parte ci sono poche risorse per fare ricerca in chirurgia e dall’altra, secondo i vostri calcoli, la possibilità di risparmiare. È così? «La spesa per i farmaci è tracciata molecola per molecola, giustamente. La chirurgia, invece, non ha una voce dedicata: se un intervento non ottimale porta a una recidiva due anni dopo, quel costo viene registrato come oncologia medica o cure palliative, senza alcun collegamento con la qualità dell'operazione iniziale. Così il conto si frammenta e il valore della buona chirurgia resta nascosto».Lei ha definito questa situazione un “paradosso contabile”. Ci aiuta a capire? «Perché questo è il risultato di una situazione così bloccata: la crescita della spesa farmaceutica fa notizia e genera interrogazioni parlamentari, mentre lo spreco da chirurgia sub-ottimali di dimensioni paragonabili, si accumula nel silenzio».Lei ne ha parlato anche con altri pazienti di questa situazione? «Certo, mi hanno capito. Sostenere la chirurgica oncologica, indipendentemente dalla tecnologia, significa risparmiare e permettere a tutti di essere curati al meglio. Con chirurghi ben preparati, inseriti a tutti gli effetti in contesti multidisciplinari e di ricerca. Come quella che si fa nei laboratori».Ripete di sentirsi un “privilegiato”, il suo tono di voce cambia quando parla di questo. Le scoperte che ha fatto nelle vesti del paziente l’hanno spinta all’azione. In genere ciò avviene in chi ha subito un torto o un errore sanitario... «Il mio privilegio è stato quello di atterrare in un centro di eccellenza. Con il tempo ho capito che con i farmaci il nostro sistema ha fatto una cosa straordinaria: una volta che una terapia è approvata, spetta a chiunque ne abbia bisogno, a Milano come in un paese di montagna. Ma per la chirurgia non è così».Un intervento non dipende da un protocollo uguale per tutti? «No, dipende da chi lo esegue, dove e con quale esperienza. Sapere che per il tuo tumore il centro giusto è quello che ne affronta 150 casi l'anno e non cinque richiede una rete di conoscenze, mezzi economici per spostarsi e gli strumenti culturali per capire che la differenza esiste». C. Ma. © RIPRODUZIONE RISERVAT












