A un anno dalla tragica fine di Cinzia Pinna, parlano gli avvocati e i familiari della giovane donna uccisa a Conca Entosa da Emanuele Ragnedda. La famiglia Pinna ricorda la vittima: «Cinzia avrebbe voluto vivere, avrebbe voluto affrontare e risolvere i suoi problemi, avrebbe voluto essere felice. Aveva la possibilità di raggiungere l’obiettivo, perché era intelligente, vivace, curiosa, sensibile ed empatica, era bella e socievole e supportata da una grande e operosa famiglia. Lei amava viaggiare, ha vissuto in Australia, negli Usa, in Inghilterra e altri paesi nei quali ha lavorato e si è specializzata. Parlava tante lingue e in ogni esperienza acquisiva nuove amicizie che le sarebbero state accanto nella vita anche nel difficile percorso di allontanamento dall’uso di sostanze psicoattive. La sua morte è avvenuta nel modo più tragico e doloroso».
Quella sera Cinzia, prosegue la lettera «era in difficoltà, aveva necessità di aiuto e invece si è imbattuta nel suo assassino. La crudeltà di annientare una persona nel momento di maggior fragilità, rende la sua perdita ancor più dolorosa e difficile da accettare».
Così come «non potrà essere superata l’angoscia di quei 12 giorni, dalla sua scomparsa al ritrovamento del corpo, che hanno fatto precipitare in un incubo non solo la famiglia ma intere comunità che si sono mobilitate con centinaia di volontari per cercarla, mentre il suo assassino non solo occultava il corpo ma depistava le ricerche. La ricorderemo nella messa che si terrà nella cattedrale di Castelsardo il 13 settembre alle 19».








