Non ci si crede. L’ha detto sul serio. «Questo è l’ultimo governo che mette bocca sulla Rai perché con le altre opposizioni abbiamo proposto una riforma che finalmente liberi la Rai dalla politica e dai partiti». Grande Elly Schlein. Ma hai voglia a strepitare che con TeleMeloni c’è stata la «sottomissione» del servizio pubblico alla destra «peggiore di sempre».
Perché in realtà è proprio la sinistra ad avere molto da farsi perdonare, prima di salire in cattedra a fare la morale.
Facciamo un breve riassunto, ad uso e consumo di Schlein, Giuseppe Conte e «cespugli» vari, oggi pronti a rivoluzionare la Rai per via del «bavaglio» a Report e della rimozione di «Rocco Sigfrido» Ranucci.
1 L’attuale assetto della governance Rai è figlio della riforma voluta nel 2015 da Matteo Renzi. Che non solo non era quella promessa, «fuori i partiti da viale Mazzini», ma addirittura peggiorava lo status quo. Perché si dava più forza al direttore generale (poi amministratore delegato), che però veniva indicato dall’esecutivo, con ciò rendendo ancora più filogovernativo il vertice Rai. La miniriforma del mese di luglio sarà seguita in agosto dalla nomina di un Cda figlio di una «lottizzazione asfittica, al di sotto di ogni aspettativa». E chi lo ha scritto? Qualche fogliaccio di destra? No: Ezio Mauro il 6 agosto 2015 su Repubblica, in un editoriale intitolato, non a caso, «La palude».







