Lisbona. Chi segue l’attualità spagnola attraverso le reti sociali avrà notato che da un paio di giorni moltissimi giornalisti spagnoli esibiscono sul proprio profilo una specie di ritratto in formato fototessera corredato da un breve sunto della loro attività professionale: analista politico, esperto di, collabora con, tendenza centrodestra, centrosinistra, oppure conservatrice o, peggio ancora, “molto critico con l’attuale Psoe” (il Partito socialista operaio spagnolo di Pedro Sánchez). L’etichetta più scottante è forse quella toccata ad Antonio Caño, decano dei giornalisti spagnoli, direttore del quotidiano il País dal 2014 al 2018, qui bollato come “notorio antisanchista” (guarda caso, Caño fu costretto a lasciare il País nel 2018, pochi giorni dopo l’insediamento di Sánchez al Palazzo della Moncloa).Questo delle fototessere non è l’ennesimo giochino social, ma il risultato di uno scoop lanciato martedì dal quotidiano Confidencial. Si è scoperto che il ministero dell’Interno, guidato dall’ex magistrato Fernando Grande-Marlaska dal 2018 (cioè fin dal primo gabinetto Sánchez, che nel frattempo ha cambiato molti ministri, ma non lui), procedeva a una regolare schedatura dei giornalisti, con fototessera e tutto, inclusa quella succinta definizione dell’ideologia politica di (presunta) appartenenza. In totale sono emerse circa 280 schede riguardanti altrettanti giornalisti e opinionisti vari, buona parte di quelli che, commentando ogni giorno l’attualità politica, alimentano il palinsesto televisivo spagnolo, anche questo abbastanza “ipercalorico”, a volte si direbbe persino “dopato” dall’infotainment.Il documento è composto da decine di pagine e reca l’intestazione del ministero dell’Interno e del suo ufficio di comunicazione. Secondo quanto riporta Confidencial, l’iniziativa avrebbe provocato resistenze tra i funzionari ministeriali. Alcuni hanno sollevato sospetti di incostituzionalità, ma fonti del ministero, quando non potevano più smentire la notizia, hanno garantito che al lavoro di schedatura si partecipava liberamente, nessuno è stato costretto. Così come garantiscono che non si tratta di una black list. Il ministro Marlaska, nel question time di mercoledì mattina in Parlamento, ha ribadito le sue scuse a chi possa essersi sentito offeso, ma ha definito quelle schede un semplice “documento di lavoro”. Parole identiche a quelle di Pedro Sánchez, che nelle stesse ore era sul principale canale della tv pubblica per un’intervista. “Mi sembra un documento davvero poco appropriato”, ha detto il premier, ma lo considera un lavoro innocuo, una banale tassonomia giornalistica senza una finalità specifica. E’ la destra, ha insistito, a minacciare sempre più giornalisti e organi di stampa.Che sia poco chiara la finalità di un lavoro che ha richiesto tempo e risorse di parte dello staff del ministro è il minimo che si possa dire. A ciò va aggiunto il dettaglio forse più interessante, la data di apertura del documento: febbraio 2024. E’ l’anno in cui la dialettica politica, già abbastanza agguerrita, in Spagna registra un cambio di marcia notevole. Gli scandali, fino a quel momento ignoti o solo chiacchierati, i sospetti che da tempo trovavano spazio su giornali più posizionati contro il governo cominciano a diventare casi giudiziari che imbarazzano direttamente il primo ministro. A febbraio viene arrestato Koldo García, braccio destro dell’ex ministro dei Trasporti José Luis Ábalos, con l’accusa di aver intascato tangenti su appalti relativi all’acquisto di mascherine durante la pandemia (oggi risultano condannati in via definitiva entrambi, sia l’ex ministro e segretario organizzativo del Psoe, sia il suo assistente). A metà aprile si viene a sapere che la magistratura indaga su Begoña Gómez, la moglie di Sánchez.Ed è ormai storia che il primo ministro, quello stesso mese, si ritira per alcuni giorni dalla vita pubblica per decidere se dimettersi o no. Quando ricompare, annuncia che andrà avanti. Le inchieste più recenti, però, quelle che vedono implicato un altro ex segretario organizzativo del Psoe, Santos Cerdán, e l’ex militante socialista Leire Díez, raccontano un’altra storia. I tribunali dovranno confermarla, ma si parla di una macchina montata all’interno del partito per corrompere o calunniare investigatori e giornalisti che con il proprio lavoro disturbavano il manovratore. Il ministero dell’Interno, intanto, prendeva solo appunti.