Quest’estate il tempo nel sud dell’Inghilterra, dove vivo, è stato terribile: ondate di calore eccezionali e siccità da record. I binari ferroviari si sono deformati causando disagi nei trasporti e i raccolti sono diminuiti sensibilmente, con gli agricoltori che avvertono che l’anno prossimo potrebbero esserci carenze alimentari.
Secondo alcuni esperti non potevamo aspettarci altro, visto che le proiezioni sul cambiamento climatico parlano già da tempo di estati “più calde e più secche”. Ma previsioni come queste non spiegano quello che abbiamo vissuto in questi mesi, ed è importante, oltre che urgente, capire perché, almeno se vogliamo essere preparati per la prossima estate e quelle immediatamente successive.
Scenari ormai familiari di “inverni meno freddi e più piovosi, estati più calde e più secche” descrivono quello che viene definito l’aspetto “termodinamico” del cambiamento climatico: la conseguenza generica del fatto che le temperature della superficie terrestre stanno aumentando a causa delle emissioni di gas serra e che un’atmosfera più calda contiene necessariamente una maggiore quantità di vapore acqueo.
Con un’aria più umida, i normali sistemi di bassa pressione che d’inverno portano la pioggia sulle isole britanniche, a causa del cambiamento climatico ne porteranno ancora di più. D’estate, al contrario, quando questi sistemi di bassa pressione sono frenati dalla minore differenza di temperatura tra l’equatore e i poli, dovuta allo spostamento del Sole verso nord, l’aria più calda renderà il terreno più secco, riducendo ulteriormente le precipitazioni. Conosciamo molto bene questo aspetto termodinamico, anche per la semplicità della fisica che ne è alla base.






