Una analisi coordinata dai ricercatori dell’Università di Oxford, che ha seguito circa 980.000 adulti per oltre un decennio nell’ambito della UK Biobank e del Million Women Study, riporta l’attenzione sul nesso tra temperatura delle bevande e incidenza delle patologie esofagee.

Dallo studio emerge che la preferenza per bevande “calde” è associata a un rischio quasi raddoppiato di carcinoma squamocellulare dell’esofago; per chi le consuma “molto calde”, la probabilità relativa risulta circa triplicata rispetto a chi le beve tiepide. Un consumo pari o superiore a sei tazze al giorno aggrava ulteriormente il pericolo. Un lavoro del 2025 su 454.796 adulti aveva già documentato un andamento pressoché sovrapponibile. La soglia termica dei 65 °C e la posizione dell’IARC Il riferimento condiviso dalla comunità scientifica individua in 65 °C la soglia critica. Già nel 2016, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) ha classificato l’assunzione di bevande a temperature superiori a 65 °C nel Gruppo 2A, ovvero come “probabilmente cancerogeno per l’uomo”.

Gli esperti precisano che la valutazione non riguarda le caratteristiche intrinseche di caffè, tè o maté, bensì l’effetto termico ripetuto sulla mucosa dell’esofago. L’ipotesi biologica è che il calore eccessivo provochi micro-lesioni continue al rivestimento esofageo, favorendo nel tempo processi neoplastici.