La morte di Tung Chee-hwa, avvenuta martedì a 89 anni, primo capo dell’esecutivo di Hong Kong dopo il ritorno della città alla Cina nel 1997, riapre il bilancio di un’esperienza politica segnata da contraddizioni profonde. Tung ha governato nei primi otto anni della Hong Kong post-britannica, nel momento in cui il modello “un Paese, due sistemi” doveva dimostrare di poter conciliare l’autonomia locale con la sovranità di Pechino. La sua figura incarna proprio questa tensione, che sarebbe più corretto definire contraddizione: da un lato un amministratore chiamato a tutelare le libertà e il sistema capitalistico della città, dall’altro un uomo scelto e sostenuto dalla Cina, la cui lealtà a Pechino non è mai stata in discussione.

Un leader scelto da Pechino

Tung non arrivò al potere attraverso elezioni a suffragio universale, ma tramite un comitato di selezione di 400 membri nominato da Pechino. La sua nomina, nel dicembre 1996, fu letta come il segnale che la Cina voleva alla guida della città un imprenditore affidabile, con solide relazioni negli ambienti politico-economici continentali. Il salvataggio della sua azienda di famiglia negli anni Ottanta, con un contributo significativo della Banca di Cina e di altre realtà legate allo Stato cinese, alimentò fin da subito il sospetto che il suo governo sarebbe stato più attento agli interessi di Pechino che alle istanze della società di Hong Kong.