Lo spostamento della cerimonia del Pallone d’Oro dal centro storico di Parigi al London Palladium, fissato per il 26 ottobre 2026 in coincidenza con il settantesimo anniversario del riconoscimento, ha il sapore di una rivoluzione geografica.
Ma, per il nostro calcio, la rosa dei trenta candidati resa nota oggi consegna un’immagine ancor più dura: una crisi d’identità conclamata. Se settant’anni fa il trofeo nasceva celebrando l’inglese Stanley Matthews, la passerella londinese certifica oggi la marginalità della Serie A, rappresentata da un unico, solitario baluardo: il capitano dell’Inter, Lautaro Martínez.
La solitudine del “Toro” è assoluta. Nella lista dei trenta finalisti non compare infatti alcun calciatore di nazionalità italiana. L’assenza degli azzurri è totale e si riflette anche nelle altre graduatorie, come testimonia la clamorosa esclusione di Gianluigi Donnarumma dall’elenco dei dieci migliori portieri del mondo.
Non è un semplice dato statistico, ma un campanello d’allarme per un movimento che non riesce più a esprimere individualità capaci di imporsi in modo stabile e continuativo ai vertici internazionali.
In questo deserto tricolore, la candidatura di Lautaro Martínez assume un duplice significato. Da un lato, sancisce l’indiscusso spessore internazionale del capitano nerazzurro: giunto alla quinta nomination complessiva (la quarta consecutiva), può esibire una stagione straordinaria, chiusa con 30 gol e 10 assist in 55 presenze tra club e nazionale. Trascinatore dell’Inter verso Scudetto e Coppa Italia, capocannoniere della Serie A con 17 reti e protagonista con 3 gol al Mondiale con l’Argentina, l’attaccante punta a migliorare il settimo posto del 2024, finora suo miglior piazzamento.











