Il governo Magyar allontana dieci membri della missione russa per attività incompatibili con lo status diplomatico. Una decisione che non interrompe il dialogo con il Cremlino, ma segna la distanza dall’era Orbán e avvicina Budapest alla crescente attenzione europea sulle reti russe e sulla minaccia ibrida

L’Ungheria ha ordinato a dieci membri della missione diplomatica russa di lasciare il Paese, dopo che le autorità di Budapest hanno accertato attività considerate incompatibili con lo status diplomatico previsto dalla Convenzione di Vienna. Mosca ha già annunciato una risposta. Ma, al di là della prevedibile dinamica delle espulsioni reciproche, la decisione assume un peso particolare per il luogo in cui è stata presa.

Per anni l’Ungheria di Viktor Orbán ha rappresentato l’eccezione più evidente all’interno dell’Unione europea nei rapporti con la Russia. Budapest ha mantenuto aperto il dialogo politico con il Cremlino, difeso i propri legami energetici con Mosca e più volte rallentato o ostacolato le iniziative europee più dure nei confronti della Russia. Con il governo di Peter Magyar, insediatosi quest’anno, quella postura sta cambiando.

La ministra degli Esteri Anita Orbán ha spiegato che, secondo la valutazione delle autorità ungheresi, i dieci funzionari russi avrebbero svolto attività “inaccettabili per dei diplomatici”. Budapest non ha fornito per ora ulteriori dettagli, ma ha voluto precisare anche ciò che la decisione non significa: nessuna interruzione delle relazioni diplomatiche e nessuna rinuncia al dialogo con Mosca, che l’Ungheria intende proseguire sulla base del rispetto reciproco e delle regole.