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La partita persa di recente dal tennista greco Stefanos Tsitsipas negli ottavi di finale degli US Open contro Ben Shelton ha un significato che va oltre la sconfitta in sé e che è il caso di definire storico. Per la prima volta in 149 anni (da quando cioè esiste Wimbledon) i tennisti che fanno il rovescio a una mano saranno del tutto assenti dalle semifinali dei quattro tornei stagionali del Grande Slam. «È un colpo così tradizionale, classico: è un peccato si stia perdendo», ha detto Tsitsipas, uno dei soli cinque tennisti che, tra i primi 100 al mondo, fanno ancora il rovescio a una mano; gli altri sono Lorenzo Musetti, Denis Shapovalov, Daniel Altmaier e Aleksandar Kovacevic.
L’assenza di tennisti con il rovescio a una mano nelle fasi finali dei tornei più importanti è la conferma di una tendenza in atto da tempo. Per come si è evoluto il gioco negli ultimi decenni, è diventato un colpo molto più attaccabile e difficile da controllare rispetto all’alternativa ormai nettamente predominante: il rovescio a due mani.
Con i miglioramenti fisici, tecnologici e tecnici, i tennisti sono sempre più veloci e potenti. È quindi sempre più complicato reggere con una sola mano l’impatto dei colpi avversari quando si fa un rovescio, il colpo in cui si colpisce la palla dal lato non dominante del corpo, quello opposto al dritto.














