Cinquantuno giorni dopo la finale mondiale Spagna–Argentina, in un contesto di contrapposizione tra Fifa e Uefa, parte la terza edizione della Champions League modello nuovo corso, classifica unica e 36 squadre: il torneo per club più importante del pianeta è la risposta europea ai progetti autoritari in salsa maga di Gianni Infantino. Si riparte dal Psg campione partito malissimo in Francia (2 punti in tre match), dalle aspirazioni dell’Arsenal re d’Inghilterra, dal Real Madrid del Mourinho-bis, dalla corazzata Bayern, dal Barcellona a punteggio pieno nella Liga, dal ritorno del Porto dopo due stagioni di assenza e con Francesco Farioli al debutto nella competizione per club più affascinante. E poi l’Italia: l’Inter che vuole arrivare lontano, il Napoli già in ritardo in Serie A, la Roma partita a razzo, il Como all’esordio assoluto in Europa.
Questa Champions non può ignorare quanto accaduto nella lunga estate del calcio. Il mondiale delle pesanti ingerenze trumpiane, dell’assolutismo senza confini di Infantino, del diluvio pubblicitario mascherato con le pause rinfrescanti e della lunga scia di polemiche ha lasciato il segno. Alcune confederazioni, fiutando il vento, hanno voltato le spalle alla Fifa: il mondo del calcio è da sempre un esercito di opportunisti e voltagabbana. Infantino ha superato la linea rossa con il tentativo di vendere una quota della Coppa del Mondo e con la posizione di assoluta sudditanza nei confronti del presidente statunitense, ma, superata la fase calda delle polemiche, ha annunciato che si ricandiderà per le elezioni di marzo 2027 a Rabat, in Marocco. L’Uefa è la nemica numero uno dell’avvocato italo-svizzero, ma non c’è da esaltarsi: anche a Nyon si guarda agli affari e alle posizioni di dominio. Tra Fifa e Uefa la guerra in corso non ha nulla di etico: è una battaglia di denaro e di potere.








